Della pittura di Bruno Beltrami ho già avuto modo di scrivere in altra occasione.

Bruno Beltrami è un pittore con alle spalle  una lunga produzione, iniziata sul finire degli anni ‘50 del ‘900 e da allora mai interrotta. È di quegli artisti indifferenti al successo di pubblico, per i quali il rapporto con la propria creatività è prevalentemente, se non esclusivamente, una consuetudine privata e intima, compiuta in sé. E per certi versi è un peccato, perché non pochi dipinti di Bruno Beltrami meriterebbero di stare nelle collezioni novecentesche di vari musei: non solo per la qualità tecnica, ma anche per l’attenzione alle tematiche sociali ed antropologiche del proprio tempo.

D’altra parte Bruno Beltrami è anche pittore mantovano, che alla città virgiliana e al suo territorio ha dedicato all’inizio e da più anni a questa parte molta attenzione, cogliendone con sapienza le peculiarità

Non sempre ad esempio si pensa che, pur trovandosi quasi a far da ombelico alla Pianura padana, il Mantovano è in realtà terra d’acqua: fiumi, laghi, fossi, stagni, canali, cave. La città stessa altro non è che un’isola, per secoli interamente abbracciata dall’impaludamento del Mincio. Tant’è che il carattere dei suoi abitanti è ancora oggi isolano.

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E il Mincio ricorre fin dagli acerbi, ma già interessanti, oli degli esordi di Bruno Beltrami, come in “Vaporetto sul Mincio” del 1956 o “Mincio in piena” del 1963. È però dai primi anni del nuovo millennio, quando i temi sociali, così urgenti nei decenni precedenti, lasciano spazio alla meditazione sul paesaggio, che le acque mantovane assurgono al ruolo di vere e proprie protagoniste. Davvero numerosi sono gli esempi e, tra i molti, si possono ricordare “Il Mincio a Governolo” del 2002, “Novembre” del 2005, “La grande piena” del 2008, “Acqua-luce” del 2011, “Crepuscolo sul lago” del 2014 o il recentissimo “La palude” del 2020.

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È una vera e propria meditazione sul paesaggio, in cui la riflessione sulla luce nelle differenti stagioni diviene non di rado l’oggetto principale dello studio nel ripetersi del soggetto. Il che accade anche con la campagna, l’altro innegabile componente del panorama mantovano. È il caso ad esempio di “Mattino invernale” del 2017, “Estate mantovana” del 2017 o ancora “Primavera mantovana” del 2018.

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Non mancano naturalmente gli scorci urbani. Fin dagli inizi Bruno Beltrami ritrae la piccola Mantova, con preferenza quasi esclusiva per gli angoli: un tetto, un vicolo, una porta, una parete, uno slargo. Nascono così gli ingenui e fiabeschi “Piazza Virgiliana” del 1960, “L’abside” del 1962, “Composizione con neve” del 1963, “Tetti” del 1965. Ma anche i più maturi e spesso nostalgici “La prima casa” del 2014, “Civiltà perdute” del 2019 o “Vicolo san Crispino” del 2019.

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E, tra questi studi più recenti, quelli sulla città d’acqua, quali “Luci al crepuscolo” del 2014 o “Mantovaneve” del 2019. Ma più di tutti “La città sognata” del 2013, che coglie così bene, pur forse senza piena intenzione da parte del pittore, proprio quel carattere di Mantova isola, geografico e antropologico al tempo, del quale dicevo sopra.

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Un’isola che oggi sarebbe ora di iniziare a scoprire.

 

🏺 Visita la mostra virtuale allestita sul sito di Mantova Guide dal 26 febbraio 2020.

Mantova nei dipinti di Bruno Beltrami
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