Alessandro Docci può ancora essere definito artista figurativo. Un artista figurativo che però reinterpreta le forme, lasciando correre la fantasia: un po’ come si fa quando si leggono i contorni di animali nelle nuvole o quando si iniziano a trovare e immaginare le linee di oggetti, bestie, profili all’interno di una cartina. Come in un gioco l’artista mescola alfabeti, linee e colori a richiami più dotti e a simboli del passato fino a civiltà remote. I suoi segni sfarfallanti da vari alfabeti su disegni apparentemente informi possono ricordare certi cartoni animati di Bruno Bozzetto, in cui le lettere messe quasi a caso ricordano una sorta di scomposizione del pensiero, o meglio la parola informe prima del suo farsi e definirsi in frase compiuta. Così come le sezioni colorate su cui si dispongono quelle lettere ricordano le variopinte vetrate delle chiese medievali.
E come non cogliere echi pure dell’ultimo Mirò, visto a Palazzo Te lo scorso anno, o alle illustrazioni in copertina ai bianchi Einaudi degli anni ’70 e primi ’80, dove ancora torna un collegamento tra forma e parola.
La stessa serie delle mappe di città reinterpretate di fantasia, presentata da Docci lo scorso anno a Cesena nel contesto dell’Expo, è un’operazione di trasformazione onirica di città africane – e non a caso, in quanto legate al tema del cibo, problema cronico per l’Africa – che non può non far venire in mente quelle raffinatissime delle Città invisibili di Calvino.

La fantasia con cui evolvono le figure di Docci però non è mai sfrenata e anarchica. Sempre è condotta, guidata, se così si può dire: tanto l’ispirazione, di partenza o di arrivo, quanto i suoi contorni sono sempre ben riconoscibili, cromaticamente o linearmente. E all’interno di queste campiture così riconoscibili si affastellano le lettere e i simboli, in libertà sì, ma all’interno di quello spazio definito. Insomma c’è sempre un ordine.
Ordine che in fin dei conti è anche messaggio di ottimismo. Se infatti l’affastellarsi di lettere, anche da diversi alfabeti, e simboli remoti evidenziano il rischio, oggi più che mai evidente, di incomprensibilità ed incomprensioni, proprio questa ricerca di ordine lascia intendere la possibilità di ricomporre il linguaggio; se non nelle linee astratte e razionali codificate delle culture, almeno negli universali di forme da tutti riconoscibili.
Ecco dunque rovesciarsi quella prima impressione di caos chiuso in tracciati pronti a esplodere, che si ha avvicinandosi la prima volta all’opera di Docci. Essa mostra di rappresentare invece la molteplicità nel momento in cui sta per prendere una forma a tutti riconoscibile, pur nelle differenze individuali.

Testo di Daniele Lucchini, curatore della mostra, pubblicato la prima volta il 17 maggio 2016 come comunicato stampa del museo.

 

Gli interventi del curatore e dell’artista durante l’inaugurazione.

 

Al Museo Francesco Gonzaga di Mantova dal 4 giugno al 9 luglio.

Prenotazione di una visita del Museo Francesco Gonzaga di Mantova con guida turistica autorizzata, che in questo caso è anche il curatore della mostra 😁

I simboli di spiritualità di Alessandro Docci
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