Natale, tempo di presepi: la pia e poetica tradizione di raffigurare la nascita nel tempo del Salvatore, benché forse un po’ in ribasso nelle nostre case, si mantiene inalterata nelle chiese, assumendo di luogo in luogo e di anno in anno le forme più diverse, non esclusi audaci ma spesso acuti e stimolanti aggiornamenti che mirano a mettere in luce il significato dell’evento per il nostro mondo, con i suoi drammatici problemi e le sue vacillanti speranze. Ed è ancora viva la tradizione di recarsi, magari con i bambini, da una chiesa all’altra ad ammirare i vari presepi. Ci si dimentica però che in molte chiese, accanto a quelli allestiti in occasione della festa, esistono anche presepi “permanenti”, che la pietà dei secoli passati ha tradotto nelle immortali forme dell’arte: dipinti o sculture che più o meno esplicitamente illustrano l’evento di Betlemme, fondamentale nella nostra fede al punto che nessuna epoca trascurò di proporlo all’attenzione dei fedeli.

Anche a Mantova sono molte le raffigurazioni artistiche della Natività. Tra quelle più facilmente visitabili, ne ricordiamo alcune: tacito invito a riguardarle non per confrontarle con i presepi “temporanei”, ma anzi per dare a questi ultimi un più spiccato significato religioso, idealmente collegandoli con le analoghe espressioni di fede dei nostri avi.

Cominciamo con il Duomo, dove troviamo la Natività più antica della nostra città e, a detta di molti, una delle più antiche che si conoscano nel mondo intero, risalendo pare alla fine del IV secolo, vale a dire nemmeno cent’anni dopo che i cristiani ebbero libertà di culto e quindi poterono iniziare la loro ricerca di espressione anche iconografica dei temi della fede. Stiamo parlando del sarcofago marmoreo che sta in Duomo sulla destra entrando, tra la prima e la seconda cappella; il sarcofago che per un certo tempo racchiuse i resti mortali del beato mantovano Giovanni Bono.

Al centro del coperchio sta la deliziosa scenetta della natività di diretta ispirazione evangelica: se stupisce l’assenza di Giuseppe, troviamo con il Bambino, “avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia”, la sua divina Madre e un pastore con due animali a rappresentare tutti quelli che accorsero alla grotta; non manca neppure la stella, a suggerire l’imminente arrivo dei Magi.

Ancora nella Cattedrale non possiamo dimenticare la sagrestia: eretta come navata di una chiesa mariana (Santa Maria dei Voti, che doveva avere come transetto l’attuale cappella dell’Incoronata), non sorprende che essa sia affrescata nelle volte con scene della vita della Vergine. Tra esse anche la nascita di Gesù, che qui trae motivo di interesse dall’alto valore artistico (il pittore è anonimo, ma si sente prepotente l’influsso del sommo Mantegna) nonché dall’essere posta accanto a scene relative a episodi precedenti e seguenti la Natività. Si pensi in particolare alla visita di Maria a Elisabetta, e alla presentazione di Gesù al tempio, che illuminano di più vivida luce la notte di Betlemme.

Si è accennato a Mantegna: il suo nome ritorna nella seconda tappa del nostro breve itinerario mantovano, la basilica di Sant’Andrea, dove nella cappellina funeraria dell’artista è l’unica opera autografa sua (benché terminata da altri) rimasta a Mantova oltre alla Camera degli Sposi.

Si tratta delle Sacre Famiglie, in cui con caldi colon e singolare disposizione e accostamento troviamo allineati Giuseppe, Maria e Gesù, di contro al Battista con la madre Elisabetta e il padre Zaccaria. Non è una Natività, obietterà qualcuno: e non gli si può dare torto; tuttavia ci pare non fuori di luogo in questo contesto, perché presenta, eccezionalmente riuniti, tutti i personaggi principali dei cosiddetti vangeli dell’infanzia: un altro dipinto a forte contenuto didattico.

Non meno del resto della più complessa fra le opere che presentiamo: la Pala dell’altare dell’ultima cappella destra della navata di Sant’Andrea, ammirabile qui in copia essendo l’originale finito al museo del Louvre. Opera di Giulio Romano, essa si inserisce in un ampio discorso figurativo esteso alle pareti laterali della cappella; tema generale (che ne fa la più “mantovana” delle Natività) è la reliquia del preziosissimo Sangue. Per limitarci alla pala, ecco incombere sul bambino una dolcissima Madonna, circondata da Giuseppe e dai pastori, mentre in alto occhieggia l’antefatto: Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre, richiamo a quel peccato per sanare il quale il Figlio di Dio si è fatto uomo, ma non solo; quel Bambinetto che ci intenerisce in fasce è lo stesso che compirà la missione versando il suo sangue sulla croce: ecco la presenza nel quadro dell’evangelista Giovanni, unico tra gli apostoli presente sul Calvario e da altro lato la figura di Longino, che guarda la scena in direzione del rinvenimento della reliquia da lui portata a Mantova. Un’opera dunque densissima di significato, un condensato dell’intera storia della salvezza.

Ultima tappa del nostro itinerario, la chiesa di San Francesco, dove i seguaci dell’Inventore dei presepi tengono viva la tradizione con una delle composizioni natalizie più suggestive della città e più visitate. Ebbene, tra i visitatori, forse pochi ricorderanno una bella Natività in marmo, forse parte dello scomparso monumento sepolcrale di Alda d’Este, sposa di Ludovico Gonzaga. Benché frammentaria e mutila, la scena si presenta accattivante nei deliziosi particolari. Datata alla fine del Trecento, opera per noi rara di un Maestro campionese, la si può ammirare sulla parete sinistra della prima cappellina.

(pubblicato originariamente da Roberto Brunelli sul sito Caffè Mantova il 6 gennaio 2002)

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I “presepi di tutto l’anno” che costellano le chiese mantovane
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