Quando mi è stato chiesto dalla redazione di Caffè Mantova di scrivere, in quanto suo conoscitore, un pezzo sulla pittura di Bruno Beltrami, mi sono subito ritrovato di fronte alla difficoltà di racchiuderla nel breve spazio a mia disposizione. Una figura artistica complessa, con un percorso ultratrentennale che ha attraversato fasi evolutive diverse, giunta ad uno stile inconfondibile, difficile da dimenticare per chi abbia avuto la fortuna di ammirarne una delle tele. Vi si legge infatti una profondità, una capacità di analisi attraverso la forma, quale il Novecento pittorico ci aveva fatta dimenticare. Perché infatti Bruno Beltrami non nega l’arte formale per darsi ad astrattismi, che ormai oggi suonano più di stanchi cliché che non di dirompente novità, ma la mantiene e la carica di significati. La figura umana c’è, però non è più solo un ritratto; essa diventa anche il tramite per una riflessione sul proprio esserci, sul proprio ruolo nei confronti di sè stessa e del mondo. È una rappresentazione iconograficamente realistica che si veste anche di una dimensione altrettanto vera, seppur non visibile; è una sorta di sovrarealtà, e solo in tale senso si può parlare di surrealismo per l’opera di Bruno Beltrami.

In questo lavoro di riflessione le figure sembrano alterarsi, semplificarsi: diventano essenziali. La persona è nuda e le sue fattezze individuali si annullano per diventare la caratteristica comune a tutti gli uomini: un corpo fragile, quasi effimero, che trova la propria forza nel ruolo che il pensiero e il comportamento gli fanno rivestire. E da qui lo stacco dal o la dissolvenza nel paesaggio, nello sfondo. La tensione umana si gioca tutta nel rapporto che l’individuo saprà e vorrà intessere con l’ambiente che lo circonda, sia esso sociale o naturale, come più spesso accade. Tensione che viene sistematicamente resa con incredibile intensità dall’uso dei colori, poche varianti quasi sempre di due tonalità: rosa e azzurro. Un colore caldo e uno freddo, il femminile e il maschile, le due alternanze tra le quali si consuma il movimento dell’uomo. Ma le tinte non si fanno mai cupe e non creano contrasti cromatici violenti; tendono anzi spesso ad amalgamarsi, a sfumare lievemente le une nelle altre, così come sfumato ed impercettibile è normalmente il confine tra il bene e il male, tra la ragione e il torto, tra il vero e il falso.

E in questa facilità di coniugazioni si legge lo spessore artistico di Bruno Beltrami, come pure l’impronta del suo carattere di persona pacata e riflessiva, che sa penetrare profondamente quanto osserva, e forse proprio per questo tanto schiva delle luci della ribalta.

 

Pubblicato originariamente il 13 giugno 2002 su Caffè Mantova.

 

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La pittura di Bruno Beltrami
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