Il Palazzo Te e la basilica palatina di Santa Barbara, in Mantova, custodiscono tra gli altri tesori delle curiose palline usurate dal tempo; rispettivamente tre ciascuno. Addirittura su una di quelle di Santa Barbara è visibile quanto resta di un’originaria dipintura a motivi floreali.
Si tratta delle “balette”, come sono chiamate in alcuni documenti mantovani del tempo, ossia di vere e proprie palline che ricordano da vicino quelle da tennis e da baseball, usate per il gioco della pallacorda.
Come racconta Antonio Scaino nel suo Trattato del giuoco della palla, edito a Venezia nel 1555 e in cui si enumerano i vari giochi di palla – molti dei quali giunti sino a noi, pur con modifiche, come il tennis, la pallavolo, il tamburello… -, tali palline erano di pelle cucita attorno a un intelaiatura di filo rigido e riempite di capelli femminili o di pelo di gatto; avevano il diametro di 4 o 5 centimetri e pesavano tra i 30 e i 40 grammi, come le attuali palline da tennis.
Nel Rinascimento il gioco della pallacorda, che si giocava con delle vere e proprie racchette, era diffuso soprattutto nelle corti italiane e spagnole; si sa ad esempio che l’imperatore Carlo V, di passaggio a Mantova nell’aprile 1530 – occasione nella quale promosse Federico II Gonzaga duca ed inaugurò il nuovissimo Palazzo Te – proprio nella villa realizzata da Giulio Romano disputò ben tre partite in quattro ore, con tanto di posta sul risultato; tuttavia non doveva essere un gran giocatore, poiché le perse tutte per complessivi 60 scudi d’oro.
Entro la fine del Cinquecento il gioco arrivò in Francia, dove se ne codificò la terminologia; la stessa poi passata nell’Ottocento in Gran Bretagna, dove il gioco fu portato sull’erba – grazie all’invenzione delle palline di gomma – e riproposto ovunque come il tennis che conosciamo oggi.
Ma tutto parte da quelle antiche “balette”, di cui si conoscono pochissimi esemplari in tutto il mondo: oltre alle sei mantovane, nove a Jesi e una ad Urbino.

 

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Il gioco della pallacorda nella Mantova del Cinquecento